NOTTI MAGICHE, AFRICA E TAMBURI

Non solo l’Islanda agli ultimi Europei. Quando, in Italia, il Camerun diventò protagonista di un Mondiale


8 giugno 1990 – “Stiamo partendo, silenzio”. È una gaffe bonacciona, ma pur sempre in mondovisione, dell’immenso Bruno Pizzul a dare il via all’avventura dei Mondiali di Italia 1990. Subito prima delle immagini sullo stadio di SanSiroMeazzainMilano, un prato verde che accoglie il mondo con un gigantesco pallone e le note di “Un’estate italiana” di Giannini-Bennato. Che poi, dire note è riduttivo: quella è poesia. 

“Forse non sarà una canzone 

a cambiare le regole del gioco 

ma voglio viverla così quest’avventura 

senza frontiere e con il cuore in gola 

E il mondo in una giostra di colori 

e il vento accarezza le bandiere 

arriva un brivido e ti trascina via 

e sciogli in un abbraccio la follia 

notti magiche 

inseguendo un goal 

sotto il cielo 

di un’estate italiana 

e negli occhi tuoi 

voglia di vincere 

un’estate 

un’avventura in più 

Quel sogno che comincia da bambino 

e che ti porta sempre più lontano 

non è una favola – e dagli spogliatoi 

escono i ragazzi e siamo noi”.

Bella, impareggiabile. Tanto quanto le musiche da scoprire su quel piccolo gadget a forma di pallone. Spingevi la bandiera, partiva l’inno. Consumato. 

10 giugno 1990 – Avevo 6 anni, quasi 7. E, quel giorno, non si giocò nessuna partita mondiale. Nessuna che mi interessasse almeno. Era un giorno qualunque, eppure erano i miei primi Mondiali di calcio. I primi che potessi ricordare. Vivevo con le emozioni più che con la conoscenza del pallone, quei Mondiali. La mascotte Ciao, un nuovo stadio che sembrava un’astronave per Bari, le bandiere e gli inni nazionali, seguivo i campioni della mia squadra del cuore (Ferrara, Carnevale e De Napoli con l’Italia, Alemao e Careca col Brasile, Maradona con l’Argentina). E li ho vissuti di pancia, fino alle lacrime per l’eliminazione mondiale dell’Italia ai rigori con l’Argentina.

Certo, mio padre mi aveva raccontato quelli dell’86. Abbastanza nel dettaglio. E quelli dell’82, così di sfuggita. Ma abbastanza da lasciarmi nella testa e nel cuore una nazione: il Camerun o Camerum o ancora non so bene come lo pronunciassero i pugliesi. E sì, perché, il Mondiale del 1990, quello italiano delle notti magiche, quello che fu di Schillaci, di Caniggia più che di Maradona, ma soprattutto di Brehme, il Camerun o Camerum lo iniziò dalla Puglia.

O meglio, quelli alti e neri, tutti verdi, con il leone stampato sul petto e incastonato nel cuore, con le treccine strane in testa, i “dread”, il Mondiale lo avevano iniziato alla grande: l’8 giugno, quattro giorni prima, 0-1 all’Argentina campione in carica nella gara inaugurale di San Siro. Tutti gli occhi del mondo puntati addosso e la punta, Omam-Biyik, al 61′ sale in cielo, ben oltre gli occhi del mondo, ma soprattutto ben oltre gli occhi dei difensori argentini, e schiaccia di testa. Papera di Pumpido, gol del Camerun: prima e dopo due espulsioni dell’arbitro francese Vautrot, uno dei migliori del momento, gara epica, gagliarda, ma alla fine vinta. Tutta muscoli e visibilità.

Non erano scarsi i camerunensi. Avevano esordito al Mondiale nel 1982 (da ricordare l’1-1 Graziani-M’bida con l’Italia che passerà il turno grazie al pareggio e alzerà la Coppa poi). Ma alla competizione del 1990 ci arrivano con il prestigio di due Coppe d’Africa vinte nel 1984 e nel 1988. La rosa conta 4 grandi vecchi convinti da un tecnico semisconosciuto che è ancora possibile dopo l’esperienza di otto anni prima.

Milla, Roger Milla, 38 anni, bomber vero, tornato in campo giusto per i Mondiali. N’Kono, Thomas N’Kono, 34 anni, uno che tra i pali volava. Kundè, Emmanuel Kundè, 34 anni, elegante difensore come piaceva a me, libero. Bell, Joseph-Antoine Bell, 36 anni, il portiere del secolo per gli africani. E gli altri? Sconosciuti, o quasi. Qualcuno ricordava Francois Omam-Biyik e suo fratello, Andrè Kana-Biyik. Giocavano in Francia. E poi i nomi non aiutavano: Pagal, Tataw, Ekèkè, un giovane Songo’o, Makanaky.

Non poteva essere il loro mondiale: doveva essere il mondiale degli inglesi Lineker e Gascoigne, naufragati in semifinale e che ritroveremo da antagonisti in questa favola, doveva essere il mondiale dei brasiliani Dunga e Romario, fuori addirittura agli ottavi, doveva essere il mondiale della fantasia di Hagi, Baggio, Scifo e Prosinecki opposto al calcio muscolare di Matthaus e Gullit, doveva essere il mondiale “delle quattro migliori terze vengono ripescate” (sistema che salvò Argentina, Olanda e Uruguay), doveva essere il mondiale del (non ancora) giramondo Milutinovic capace di portare la Costa Rica agli ottavi.

12 giugno 1990 – Il Camerun (ora sì che avevano imparato a pronunciarlo, cazzo) si trasferisce in Puglia, ad Alberobello, qualche km da casa mia, qualche km dal nuovo San Nicola. Arriva in albergo: tamburi, rullanti, festa, ritmo, soul africano, tutto musica e radici: travolge chiunque. Entusiasma, in tanti si spostano per vedere i camerunensi, quelli alti e neri, quelli con il leone sul petto. Avevo 6 anni, l’estate era calda, il mare attirava, mio padre mi portò nel ritiro del Camerun.

Intanto l’Italia vinceva sulle note della Nannini, Maradona incantava la sua seconda patria, Brehme pensava già al sigillo decisivo della finale di Roma mentre Goycoechea neppure immaginava che avrebbe parato 4 rigori tra quarti e semifinale, ma non quello dei tedeschi a un passo dalla Coppa. Ma a me, interessava solo di quei giganti che ballavano e che portavano in Italia un’altra filosofia di calcio. Due giorni dopo sconfissero 2-1 a Bari la Romania del neo idolo dei pugliesi Raducioiu. Due di Milla.

E, allora, diventò il mondiale del Camerun, dei Leoni Indomabili, il mondiale di una favola africana, di un continente che mai fino ad allora aveva fatto meglio (ancora oggi, quello del Camerun, è il miglior piazzamento africano ai Mondiali).

Furono ancora due di Milla negli ottavi contro la Colombia grazie alla complicità del portiere sudamericano Higuita. Ai quarti contro l’Inghilterra a Napoli fu quasi dramma: la rimonta dopo il gol di Platt con il rigore di Kundè, il vantaggio prima con la rete di Eugene Ekèkè (manco a dirlo, su assist di Milla) e la sconfitta poi con i due rigori di Lineker. Stop Camerun, back home, torna a casa!

E che rientro in Patria, da eroi. Da Leoni Indomabili. Quelli come Roger Milla, in campo senza un dente alla faccia delle foto ma con la goffa esultanza del balletto attorno alla bandierina, in campo a 42 anni anche ai Mondiali 1994 dove segna nel 6-1 subito dalla Russia dei cinque gol di Salenko e diventa il più anziano giocatore ad aver siglato una rete nella storia dei Mondiali. Questa è un’altra storia. Ma non una favola, la favola di quella squadra che tutti impararono a chiamare Camerun.

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