LA PRIMA VOLTA DA CAPITANO, TRA LANA E SUDORE, FREDDO E PALLONE

A Bari, nel 1947, la prima da capitano dell’Italia di Valentino Mazzola, uno dei più grandi numeri 10 della storia del calcio mondiale, forse il miglior giocatore di sempre


Non aveva la fascia di capitano al braccio sinistro. Bianca e aderente. Ma la portava nel cuore. E la portava per la primissima volta in carriera, con una certa emozione. Nonostante indossasse da anni, con orgoglio, la maglia della nazionale italiana di calcio. Purtroppo, sempre e solo in amichevole: un rammarico grande, solo parzialmente riempito da quella fascia di capitano. Uscì dal tunnel degli spogliatoi dello Stadio della Vittoria di Bari con la solita carica agonistica, il solito portamento, la solita classe che lo contraddistingueva da sempre. Ma c’era qualcosa in più quel giorno.

C’era quel 5-1 rimediato a Vienna poco più di un mese prima da dimenticare in fretta: l’Austria ci aveva surclassato. Come nazione, intendo. Campanilismo puro nella delusione e nell’umiliazione da riscattare. Era pur sempre il dopoguerra. L’Austria era andata in rete perfino con i mediani Brinek (per ben tre volte) e Ocwirk (due volte). Proprio con i mediani, mica con i fuoriclasse.

Per lui, che proprio a Bari iniziava la propria carriera da capitano dell’Italia, era stata la prima sconfitta con la maglia azzurra.

Uno sguardo a Pozzo, uno sguardo agli altri azzurri Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Annovazzi, Parola, Grezar, Menti, Loik, Gabetto, Carapellese in fila dietro il capitano. Ben sette di questi erano suoi compagni anche con la maglia del Torino. Si sentiva un po’ più sicuro, lì davanti a tutti con quel gagliardetto da consegnare all’avversario e le sorti dell’Italia pallonara da rialzare.

La prima volta da capitano non si dimentica, pensò. E allora volle guardare dall’altra parte del campo, come a sincerarsi che la Cecoslovacchia di Kubala si fosse presentata per davvero all’appuntamento amichevole. Kopecky, Horak, Senecky, Kolscy, Vedral, Balazi, Karel, Koksein, Kriza, Riha, Simansky e lo stesso Kubala che se ne stava un po’ defilato. In panchina tale Fadrhonc.

Guardò alle tribune. E fu allora che il caloroso pubblico pugliese, nonostante il freddo dicembrino del primo pomeriggio, prima mormorò, poi insistette sul suo nome: “Ma-zzo-la, Ma-zzo-la, Ma-zzo-la”. Sempre più forte. Lui era il capitano. Per la prima volta. Ne sentiva il peso. E l’orgoglio.

Il direttore di gara austriaco, Beranek, fischiò l’inizio.

Decimo minuto: Menti in rete. Cinquantottesimo minuto: segna Gabetto. Sessantatresimo minuto: triplica Carapellese. Il gol di Riha per la Cecoslovacchia serve solo a sigillare il successo italiano. Il successo di Valentino Mazzola per la prima volta capitano, uomo dal moto perpetuo tra difesa e attacco come ricorderà la settimana Incom. Il successo che servirà a preparare anche la vittoria sulla Francia nel primo incontro del 1948, proprio con un gol di Mazzola, di un calciatore ormai 30enne (era nato a Cassano d’Adda il 26 ottobre 1919) che chiuderà la carriera in Nazionale con 12 presenze e 4 gol. Sempre e solo in amichevole.

* * *

Nel ritiro di Castellana Grotte, che aveva preceduto quell’emozionante giornata sportiva a Bari, la mente di Mazzola era stata attraversata da mille pensieri. Aveva un cuore, il campione. Aveva “sognato” nei minimi dettagli la prova contro la Cecoslovacchia e, forse, il clima tranquillo dello Stadio Azzurri d’Italia e del parco Chiancafredda lo avevano pure aiutato. Chissà se lo aveva confidato anche a Nicola de Bellis, giornalista castellanese che in quel ritiro faceva da Cicerone della Nazionale in Puglia.

Bari e Castellana sono state, così, tutt’intorno ad un campione, alla piena realizzazione di un momento esaltante nella sua carriera straordinaria. Carriera che si concluderà di lì a poco per le tragiche circostanze che investirono Superga e quella stramaledetta collina nel 1949. Mazzola aveva assaporato la passione vera per il pallone, la passione di un popolo che solo da poco aveva ri-scoperto il calcio, “u pallon”.

Bari è entrata così nella storia del calcio italiano, nella storia personale di uno dei miti dell’Italia del pallone. Bari è stata testimone di quella che è stata una delle ultime grandi emozioni sportive di Mazzola (che pure vincerà altri due scudetti con il Grande Torino). Attraverso lo sguardo ammirato di ragazzi, attraverso lo sguardo straniato delle massaie e dei contadini di Castellana che, forse, non capivano la reale importanza dell’evento. Attraverso lo sguardo di notabili e nobiluomini del tempo che sapevano, invece, e anche molto bene, che valore avessero quelle maglie azzurre.

* * *

Dieci, venti o trenta anni e passa dopo c’è, sicuramente, chi, ragazzo o no, ha sognato di vivere la stessa esperienza di un mito calcistico come Valentino Mazzola. Quella maglia azzurra da indossare, quella fascia di capitano da mettere al braccio, quell’antico sapore calcistico di lana e sudore, di freddo e pallone. E così negli anni a seguire. Perchè la maglia della Nazionale ha il più alto valore possibile per uno sportivo, anche e soprattutto per un calciatore. Indossarla per una volta, viverla durante una partita ufficiale, ammirarla durante un allenamento ha lo stesso grande significato. 


La prima volta da capitano di uno dei più grandi numeri 10 di tutti i tempi, forse del miglior giocatore italiano di sempre per immaginare l’essenza della maglia azzurra. Già, azzurra. Come un colore che, a quasi 70 anni di distanza, non è affatto sbiadito. Anzi.

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