ADESSO ZIDANE VIENE ESPULSO

Francia-Italia, 9 luglio 2006, finale dei mondiali di calcio, la prima della nostra vita, e chissà mai anche l’ultima, l’avremmo vista in trasferta. In Sardegna, in una villetta bi-familiare, con veranda -piscina – due vani – sei camere da letto.

Partiamo due giorni prima. Andiamo al mare. Affittiamo una casa, ci sfondiamo di sole e poi la sera festeggiamo a bordo piscina. La rendiamo indimenticabile.

L’idea era nata così per gioco. Ma perché non farlo?
Francia-Italia, 9 luglio 2006, finale dei mondiali di calcio, la prima della nostra vita, e chissà mai anche l’ultima, l’avremmo vista in trasferta. In Sardegna, in una villetta bi-familiare, con veranda -piscina – due vani – sei camere da letto.

***

Alla partenza, in tutto, eravamo undici. Come il gioco del calcio. Un autista-cuoco-tuttofare, due coppie, una sposata e l’altro no, due single uomini, tre donne aggregate. E una “convocazione” all’ultimo minuto. Una chiamata che mi aveva fatto particolarmente felice. 
Lei era arrivata alla partenza con la sua solita naturalezza. Maglia di Del Piero, pantaloncino bianco e calzette aderenti, scarpa da ginnastica, una bellezza travolgente. “Beh? Che c’è da guardare? Andiamo a giocarci una finale o no? Bisogna prepararsi a modo”.

Francesca era così. Sorprendente e scostante. Imprevedibile e in continuo aggiornamento. Un reset e via. Sempre pronta a rimettersi in gioco e rimettersi in moto. Neppure un fidanzamento appena rotto le aveva levato il sorriso dalla faccia. Un volto incorniciato tra capelli ricci neri e guance paffutelle. Ero contento di vederla. Non solo perché la conoscevo bene già da qualche anno, non solo perché ci avevo provato più volte con lei prendendo sempre delle tranvate storiche, ma anche e soprattutto perché ero sicuro che ci avrebbe fatto divertire.

***

Buffon in porta, Zambrotta a destra e Grosso a sinistra, Cannavaro e Materazzi al centro, Camoranesi e Perrotta sugli esterni a centrocampo, Gattuso a difendere Pirlo in mezzo, Totti alle spalle di Toni: il ct aveva scelto la formazione anti-Francia.
E pure io avevo già scelto. “Cornetto al cioccolato e caffè?” chiesi a Francesca che mi guardava dalla cucina e stava preparando qualcosa. Nessun altro era sveglio. La nottata precedente era stata, per così dire, sofferta. Io mi ero svegliato prima, non mi piace troppo cambiar letto, ed ero già uscito a comprare la Gazzetta. Santa abitudine.
“Abbiamo un sogno”: bianco su fondo blu, il titolo scelto dai giornalisti della rosea. Bianco a righe blu il costume scelto da Francesca che arriva in veranda a bordo piscina, ancheggiando a suo modo, col piatto della colazione e tante buone intenzioni. “Andiamo a mare, io sono pronta, poi gli altri ci raggiungono”.
“Davvero?” le dico, sorpreso dal fatto che per un giorno intero non mi aveva rivolto la parola e ora parlava a me, proprio a me. Occhialoni a coprire gli occhi. Vai a capire se stava scherzando.
“Non scherzo mai, io”. Appunto.

***

La discesa verso il mare fu lunga. Sotto il sole a picco. Lei avanti e io dietro. Dritti verso la nostra spiaggia. Lei cantava.
E cantò anche al ritorno quando il sole ormai andava verso il tramonto, non era più così caldo ed era passato alle nostre spalle. E pure noi ci eravamo invertiti. Io avanti e lei dietro. Al mare non avevamo parlato molto. Stesi uno accanto all’altro. Io avevo apprezzato il suo costume e i suoi capelli raccolti. Lei aveva apprezzato i muscoli di quello accanto. Io accarezzavo la pancetta. Un po’ la mia e un po’ la sua. Lei rideva quando lo facevo.

Erano già le 19. “Una doccia e via. Ti aspetto in veranda”.
C’è una cosa che adoro delle vacanze al mare tutti assieme. La sera ritrovarsi in veranda. 
Scottati dal sole, arrossati dall’abbronzatura. Così diversi da come ci si vede in spiaggia. Chi indossa gli occhiali che-quando-mai-li-hai-portati, chi si spalma crema come se non ci fosse un domani, chi “è pronto il mojito?”.

Pochi minuti all’orario. “Beh, siamo pronti?”. Arrivò lei, Francesca. Come sempre in bianco. Avvolta nel tricolore. E prese posto di prepotenza sulla poltrona più comoda. “Io sì” disse. “E voglio vedere” dissi.
Le sfiorai la spalla. Mi guardò. Occhiolino giusto sul fischio di inizio. Partiti.

***

“Adesso Zidane viene espulso” dice lei.
Io la guardo, nessun altro la guarda, lei mi guarda. E mi strizza l’occhio. Ancora una volta. E sono due. “Fidati. E se viene espulso, mi stampi un bacio sulle labbra” continua lei.
Io rimango lì. Perplesso, tra il timore di non aver capito per bene quello che aveva detto (che poi era quello che avrei voluto sentirmi dire) e il volerle rispondere per scaramanzia. “No, non è possibile, Zidane non può essere espulso. Non lui”. Lui è Zidane.
Lei rimane lì. Tra il persistere a fissarmi, forse in segno di sfida, e l’essere convinta di quello che aveva detto. “Zidane viene espulso, tu mi baci e vinciamo la Coppa del Mondo”. Il suo sprofondare nella poltrona bianca, la gamba destra a cavallo del bracciolo ampio, il vestito pure bianco così largo e con quello spacco così profondo la rendevano al tempo stesso tremendamente sexy e tremendamente naturale. 
 “Ok” le dico. Senza convinzione. E con un po’ di paura mista ad eccitazione. Ma veramente. Avete presente quella sensazione che vi prende quando siete ad un passo dal raggiungere un obiettivo, ma di mezzo c’è Zidane? I difensori dell’Italia sicuramente sì.
“Ok? Non ti esce nient’altro da quelle labbra?” ride.
“No, non ci crederai, no. E no, Zidane non sarà espulso”.

***

A Materazzi, invece, bontà sua, uscì dalle labbra qualcosa di più di un “Ok”. Cade a terra all’improvviso. Le telecamere insistono sul replay. Ma chi è quello vicino? Il 21? È Zidane? 
“Eh no, eh no. Non si può – tutti zitti davanti al televisore – Rischia di rovinare una carriera con una testata indecente Zidane. Rosso per Zidane che se ne va giustamente sotto la doccia. Sotto la doccia. Sotto la doccia”.
Gli altri saltano sui divani e urlano. Lei ferma: “E allora?”. Io fermo: “E allora niente”.
Si va ai rigori.

***

Pirlo gol. Wiltord gol. Materazzi gol.
Trezeguet “Chissà quanti gliene ha presi Buffon a Trezeguet in allenamento. Lo conosci Gigi”. Traversa e fuori “Non è gol. Non è gol Fabio. Non può essere sempre Natale”.
De Rossi gol. Abidal gol. Del Piero gol. Quello là gol.
Grosso “Ma come Grosso?” “Gol, gooool. Campioni del mondo. Campioni del mondo. Abbracciamoci forte e vogliamoci tanto bene. Perché abbiamo vinto, abbiamo vinto tutti”.

Carlo salta, Stefano corre. Ilaria, una delle single, si tuffa per prima. Marco, uno dei single, la segue. Noi due lì, pure single, ma fermi. Lei mi guarda, io la guardo.
“Ora devo” – io. “Se ti va” – lei.
Mi sporgo verso di lei. Certo che mi va, cazzo.
“Guardate dove siete, perché non ve lo dimenticherete mai! Guardate con chi siete, perché non ve lo dimenticherete mai. E sarà l’abbraccio più lungo che una manifestazione sportiva vi abbia mai regalato. Forse uno dei più lunghi della vostra vita”.

***

E, infatti, è stato il bacio più lungo della mia vita. Uno di quegli abbracci al cuore che ti allontana da tutto. E pensi solo a quello.
Poo po po po po poo pooooooo.
Io scivolo verso di lei. Lei mi fa spazio nella poltrona.
Poo po po po po poo pooooooo.
Gli altri corrono, ci spingono, ridono, applaudono. Qualcuno ci lancia un gavettone addosso. Ma chissenefrega.
Poo po po po po poo pooooooo.

***

Qualche messaggio dalle rispettive camere dopo aver alzato la Coppa del Mondo assieme al capitano.
Qualche carezza per strada al rientro.
Qualche telefonata dopo il ritorno in Puglia.
Da quella sera, Francesca, dopo quel bacio, praticamente non l’ho più rivista.
Come Zidane che, dopo quella testata, ha abbandonato il calcio giocato.

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